Mental Coach · Dal 2007
Lo hai pensato. In riunione, in salita, o davanti a un nome che non arriva. Non l'hai detto a nessuno — e non l'hai mai verificato. Io lavoro esattamente lì: non ti dico che sbagli, ti aiuto a riaprire un'indagine che avevi già chiuso.
"Non ti serve una mente migliore.
Ti serve capire quella che hai."
Ti riconosci?
"In riunione mi è mancato il nome di uno che conosco da vent'anni. Due secondi di silenzio, davanti a gente più giovane. Non l'ho detto a nessuno."
"Mi hanno proposto un ruolo più grande. La prima cosa che ho pensato è stata: ormai non reggerei."
"Arrivo alle sei di sera con la testa finita. E non ho fatto niente di faticoso."
"Dopo l'uscita lunga ci metto tre giorni a recuperare. Ho già deciso di chi è la colpa: dell'età."
Non è mancanza di motivazione. E non è ancora l'età.
È un'indagine chiusa troppo presto, su una spiegazione sola che non hai mai verificato.
È da lì che si riparte.
Il punto
Hai cinquantadue, cinquantotto, sessantadue anni. Lavori ancora, e lavori bene. Non hai niente di clinico. Ma qualcosa è cambiato, e quando provi a cercare aiuto scopri che tutto quello che esiste è pensato per qualcun altro.
È il posto giusto se c'è un sospetto clinico — e se c'è, si comincia da lì, non da qui. Ma quando il medico ti dice che non c'è niente, torni esattamente al punto di partenza: con la domanda ancora aperta e nessuno a cui farla.
Serve, ma per altroEsistono davvero, sono un buon servizio, e sono progettate per persone che hanno vent'anni più di te e cercano anche compagnia. Tu martedì mattina sei in ufficio. Non è il tuo posto, e lo sai prima ancora di entrare.
Un'altra etàTi dirà di crederci di più, di avere più disciplina, di visualizzare il successo. Hai già dato, e non era quello il problema. Il problema è che non hai ancora capito da cosa dipende quello che senti.
Già provato"In mezzo, fra il medico e il centro anziani, non c'è niente. È esattamente lì che lavoro io."— Federico Grianti
Un mental coach non ti cura e non ti insegna. Ti aiuta a capire da cosa dipende quello che ti succede, e poi ti tiene fermo su quello che hai deciso di fare finché non funziona.
1. Cerchiamo la causa di quello che hai notato. La lucidità che cala, il nome che non arriva, la stanchezza che non passa sono sintomi, e possono nascere da cose molto diverse fra loro. Nella prima ora ti faccio domande — non un questionario, una conversazione — per capire quale sia la tua. Le cause più frequenti sono tre:
La stanchezza accumulata. La lucidità ce l'hai, ma è già finita quando ti serve davvero.
L'attenzione divisa. Quel nome non l'hai dimenticato: non l'hai mai registrato, perché mentre te lo dicevano stavi facendo altro.
La convinzione. «A una certa età è normale»: ripetuto abbastanza volte, smette di essere un commento e comincia a influenzare davvero come vai.
Si lavora su una per volta, partendo da quella che pesa di più.
2. Decidiamo cosa vuoi tornare a fare. Una cosa precisa, scritta, con una data. Non «stare meglio»: quella riunione senza perdere il filo, quel ruolo che hai davanti, quella salita che avevi smesso di fare.
3. Ti do gli esercizi che servono al tuo caso. Due o tre, non venti. Dieci minuti al giorno, non un'ora. Ognuno ha una ricerca dietro, e se me la chiedi te la cito.
4. Ti tengo a quello che hai deciso. Fra una sessione e l'altra mi mandi due righe su cosa hai fatto e dove ti sei bloccato, e da lì ripartiamo. Durante la settimana ti scrivo io. È la parte che quasi nessuno fa, ed è quella che fa la differenza.
Il Metodo
Il nemico non è l'età. È la resa anticipata — il momento in cui «ormai» smette di essere un dubbio e diventa una conclusione. Da lì la mente si chiude e lascia perdere, e alla fine sembra che abbia deciso il tempo. Non ha deciso il tempo. Il mio lavoro comincia esattamente lì, ed è un patto: l'obiettivo lo scegli tu, la disciplina per arrivarci la teniamo in due.
Alla fine di ogni sessione c'è un obiettivo concordato, scritto, con una data. Non è un buon proposito: è una cosa che alla sessione dopo o è stata fatta o non è stata fatta. E lo scegli tu — è la parte che nessuno può fare al posto tuo.
ConcordatoFra una sessione e l'altra mi mandi un report sintetico: cosa stai facendo e dove ti stai bloccando. È l'ordine del giorno della sessione dopo. E se non arriva te lo dico senza giri di parole: senza disciplina il coaching non ha senso. Lo mettiamo in chiaro dalla prima sessione, così non è mai una sorpresa.
ResponsabilitàDurante la settimana ti scrivo. Non per verificare se sei stato bravo: per ricordarti che dall'altra parte c'è una persona con cui hai preso un impegno. Funziona perché nessuno vuole deludere qualcuno che c'è davvero.
Disciplina"Non ti dico cosa fare, né come farlo. Ti costringo a fare tu quello che hai deciso di fare. E ti controllo."— Federico Grianti
Non insegno. Non faccio counseling e non faccio lo psicologo: se serve quello te lo dico, e ti mando da chi lo fa. Non faccio il motivatore della domenica. E misuro soltanto ciò che abbiamo concordato all'inizio, con le tue parole e i tuoi numeri: o è stato raggiunto, o non lo è stato — e nel secondo caso si guarda perché.
Disciplina · Carattere · Risultati concretiI risultati
Non ti prometto di farti sentire meglio. Ti dico cosa hanno ricominciato a fare persone vere, e in quanto tempo. Alla fine del percorso sappiamo se è successo o no, perché la cosa da ottenere l'abbiamo scritta il primo giorno.
Quando è la testa a costare.
Prendi il ruolo che avevi già scartato dentro di te. Uno dei miei, a 52 anni, aveva già deciso di non essere all'altezza di una promozione. L'ha presa tre mesi dopo.
Dici quello che pensi senza alzare la voce — e ti ascoltano di più. Un direttore di stabilimento ha smesso di trasformare le riunioni in un campo di battaglia cambiando solo il modo di intervenire.
Arrivi a sera con ancora qualcosa in testa, invece di finire la giornata svuotato prima delle cose che contano.
In genere 3 mesiQuando è la voce prima della prestazione.
Torni alla partenza senza la voce che ti dice di non sbagliare. Un atleta di Coppa del Mondo ha cambiato il modo di arrivare in gara in due mesi, con una routine sempre uguale.
Smetti di dare all'età la colpa di cose che dipendono da altro — e quando dipende davvero dall'età, almeno lo sai invece di supporlo.
Smetti di rimandare la cosa che avevi già deciso di fare. Non perché ti arriva la motivazione: perché qualcuno controlla.
In genere 2-3 mesiQueste sono cose accadute a persone reali, non una garanzia. Quello che posso garantire è un'altra cosa, e conta di più: l'obiettivo lo scriviamo il primo giorno e lo verifichiamo alla fine. Quindi o è successo, o non è successo — e nel secondo caso guardiamo insieme perché, invece di raccontarci che è andata bene lo stesso. Se poi quello che serve non è un coach ma un medico o uno psicologo, te lo dico io, e ti mando da chi lo fa.
Chi Sono
Liverpool, 2018. Settanta chilometri in bicicletta, un pomeriggio come tanti, e a casa la stanchezza normale di chi ha pedalato. Poi, nel giro di una sera, mi sono ritrovato in ospedale. Ci sono rimasto molto più di quanto pensassi.
In quel letto ho pensato una cosa precisa: ecco, l'età mi sta mandando dei segnali, e il tempo delle mie scorribande in bicicletta è finito. Non l'ho detto a nessuno. Non a mia moglie, non ai miei figli — anche se sono abbastanza sicuro che l'abbiano pensato anche loro.
Poi mi sono detto un'altra frase, e me la ricordo parola per parola: è troppo presto per finire qui la mia vita normale. Ho ancora troppe cose da fare. Da quel giorno ho fatto su di me esattamente quello che facevo con i miei clienti da undici anni. Disciplina. Metodo. Obiettivi raggiungibili. E responsabilità — non motivazione, responsabilità.
Prima di tutto questo ho fatto il manager per ventiquattro anni, in ambienti dove la performance era tutto e la persona contava poco o niente. Ho passato anni ad aiutare dirigenti a performare meglio, finché non ho capito che il problema non era la performance: era che nessuno li aveva mai aiutati a conoscersi davvero, né a credere in quello che avevano. Da lì è nato questo mestiere. Era il 2007.
Poi ho incontrato lo sport seguendo i miei figli sulle piste da sci, e ho lavorato con atleti di Coppa del Mondo. Quello che mi ha sempre interessato non era la vittoria: era il momento in cui un atleta smette di combattersi e comincia a fidarsi di sé.
Il mio primo «ormai» ha riguardato il corpo, ed è arrivato in un letto d'ospedale. Ma è la stessa frase, ed è la stessa resa. La riconosco subito quando la sento dire da qualcun altro — in ufficio, al cancelletto di partenza, o davanti a un nome che non vuole arrivare.
Le domande che faccio ai miei clienti me le sono fatte anche io. Su alcune la risposta non mi è piaciuta.
Come Lavoro
Niente corsi di gruppo, niente webinar, niente abbonamenti che si rinnovano da soli. Si lavora in due, per un tempo definito, su una cosa che hai deciso tu.
Mezz'ora. Mi racconti cosa hai notato, ti faccio tre domande e ti dico da dove partirei io, nel tuo caso. Alla fine hai una cosa da fare — anche se poi non lavoriamo insieme. Non è una sessione e non è una vendita.
È il lavoro vero, e dura tre mesi. Alla prima sessione scriviamo l'obiettivo, con una data. Poi una sessione ogni due settimane, e gli esercizi che servono al tuo caso da fare nel mezzo. Alla fine si verifica: o l'obiettivo è stato raggiunto, o non lo è stato — e nel secondo caso guardiamo perché.
È qui che succede la maggior parte del lavoro, ed è la parte che quasi nessuno fa. Mi mandi due righe su cosa hai fatto e dove ti sei bloccato: sono l'ordine del giorno della sessione dopo. E durante la settimana ti scrivo io — non per controllare se sei stato bravo, ma perché un impegno preso con qualcuno si mantiene meglio di uno preso con sé stessi.
Quando i tre mesi finiscono, finiscono davvero: nessun rinnovo automatico, niente da disdire. Chi vuole tenere quello che ha recuperato continua con una o due sessioni al mese e si ferma quando vuole. Si decide alla fine, non all'inizio.
Gratuita, senza impegno e senza vendita. Ci parliamo, capisco cosa hai notato e ti dico da dove partirei. Se poi abbia senso lavorare insieme lo decidiamo dopo, e va bene anche di no.
Le sessioni sono su Zoom, oppure solo audio se preferisci parlare senza essere visto. Si fanno anche la sera. Fra una sessione e l'altra ci si scrive. I prezzi te li dico in chiamata, senza giri di parole.
Le Aree
Lavoro e sport non sono due argomenti diversi: sono i due posti in cui arriva la stessa frase. E c'è un motivo per cui arriva adesso.
Prima dei cinquanta, quando qualcosa non va, cerchi la causa. Dopo, la causa te la regala il calendario: è l'età. Quella spiegazione gratuita arriva sempre per prima ed è comodissima, perché chiude la questione prima ancora di aprirla. Non è una terza area: è il cappello sotto cui stanno le altre due, ed è il motivo per cui questo lavoro serve adesso e non a trent'anni.
Dove quel pensiero costa di più.
La lucidità che non arriva fino a sera. La riunione in cui hai perso il filo. Il ruolo più grande davanti al quale la prima reazione è stata «non reggerei». Lavoro sulla persona singola, mai sui team e mai sullo sviluppo manageriale: su quello che succede nella tua testa quando ti serve esserci e ti sembra di non esserci abbastanza.
Manager · Professionisti · ImprenditoriDove te ne accorgi per primo.
Il recupero che sembra allungarsi, la gara che pesa di più, la voce prima della partenza. Lo sport è il primo posto dove la domanda si presenta, perché è l'unico che ti dà numeri ogni settimana. Ma il soggetto non è il corpo: è quello che la testa fa con quei numeri. Diciotto anni di lavoro con atleti di Coppa del Mondo dietro ogni sessione.
Agonisti · Amatoriali over 40 · Ex sportiviTestimonianze
Percorsi chiusi, con l'obiettivo concordato all'inizio e verificato alla fine. Li pubblico in forma anonima, come mi hanno chiesto — ma le parole sono le loro.
"Mi era arrivata l'occasione di passare a Regional Director, e la prima cosa che ho pensato è stata: ormai non sono più quello di prima, non reggerei. Federico non mi ha detto che sbagliavo. Mi ha fatto rimettere in fila quello che avevo già fatto, e i punti di forza che capi e colleghi mi riconoscevano — nero su bianco. In tre mesi la parola «ormai» ha smesso di arrivare per prima. Il ruolo poi l'ho preso."— Area Manager, 52 anni
"Le riunioni con i capi reparto erano un campo di battaglia, e il mio modo di intervenire peggiorava le cose: mi schieravo, una volta con uno e una volta con un altro. Abbiamo raccolto i feedback dei miei collaboratori e li abbiamo letti uno per uno. Poi abbiamo cambiato il mio modo di condurre le riunioni: più pacato, e proprio per questo più autorevole. Tre mesi."— Direttore di stabilimento, 55 anni
"Il problema era la pressione nel momento della gara. Abbiamo costruito una routine pre-gara di respirazione e visualizzazione, sempre la stessa, e Federico verificava a intervalli regolari se la stavo facendo davvero. In due mesi il modo in cui arrivo alla partenza è cambiato."— Atleta di Coppa del Mondo, sci alpino
Esercizi
Ogni PDF è un protocollo completo — nato da un mio Reel, ampliato con la ricerca dietro ogni esercizio. Scegli quello che ti serve adesso: lasci l'indirizzo e lo ricevi subito. Uno alla volta, non tutti insieme.
Parti dal test: dodici domande, quattro minuti, e alla fine sai da quale delle tre cause parte il tuo caso. Gli esercizi hanno senso dopo, quando sai su cosa lavorare — prima sono solo esercizi a caso. È quello che consiglio a chiunque mi scriva per la prima volta.
Dove pubblico
Video brevi su mente, sport e longevità — con la ricerca dietro, quando c'è. È lì che rispondo ai messaggi, ed è lì che nascono quasi tutte le conversazioni.
@federico_grianti_coach →
Il Libro
Il manuale pratico del mental coaching per lo sci alpino
Il mio primo libro parte dallo sport — ma arriva sempre allo stesso posto: la mente umana, i suoi meccanismi, e quell'equilibrio fragile e potente che ci permette di dare il meglio non quando tutto va bene, ma quando la pressione è massima.
Parliamoci
Mezz'ora, gratuita, senza impegno. Ascolto la tua situazione, ti dico da dove partirei e cosa ha senso allenare per primo. Se poi abbia senso lavorare insieme lo decidiamo dopo: la chiamata serve prima di tutto a capire.